Fondazione Irene Ets
Via Isonzo 149
, 04100 Latina (LT)
Tel: +39 389 446 6605
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Quando un “capriccio” non è una sfida, ma un bisogno che non trova le parole
“Non sa proprio come si educa un bambino.“
A volte basta una frase sussurrata tra gli scaffali di un supermercato, uno sguardo di disapprovazione al parco o in fila alla cassa, per far sentire un genitore improvvisamente solo.
Tuo figlio urla, si irrigidisce, si oppone con tutte le sue forze. Da fuori sembra una provocazione, una sfida aperta all’autorità. E mentre gli occhi degli altri si posano su di lui e su di te, dentro iniziano a farsi spazio domande dolorose: Sto sbagliando qualcosa? Sono troppo permissivo? Perché mi parla così? Mi rispetta? Mi vuole bene?
Per molti genitori di bambini autistici o con ADHD questi interrogativi fanno parte della quotidianità. Eppure, ciò che dall’esterno appare come maleducazione, opposizione o semplice “capriccio” spesso racconta una storia molto diversa.
Quella non è rabbia contro il genitore. È una richiesta di aiuto. È la fatica di gestire emozioni troppo intense, una frustrazione che non trova parole adeguate per essere espressa, il tentativo di comunicare un bisogno che nessuno è ancora riuscito a comprendere.
Dietro quel comportamento non c’è il desiderio di sfidare l’adulto, ma un bambino che sta cercando, con gli strumenti che possiede in quel momento, di dire qualcosa di importante.
Per questo la domanda più utile non è: “Perché si comporta così?“, ma “Che cosa sta cercando di comunicarmi?”
Ogni comportamento ha una funzione. Questo principio, alla base dell’analisi e dell’intervento comportamentale, ci aiuta a guardare oltre ciò che appare in superficie.
Un bambino autistico potrebbe allontanarsi da un’attività non perché sia disinteressato, ma perché si trova in una situazione troppo stimolante. Un bambino con ADHD potrebbe interrompere continuamente gli altri non per mancanza di rispetto, ma perché fatica a controllare l’impulsività e a gestire i tempi della conversazione.
Quando il linguaggio, l’autoregolazione o le competenze sociali non sono ancora sufficientemente sviluppati, il comportamento diventa uno strumento attraverso cui il bambino esprime disagio, stanchezza, bisogno di aiuto o desiderio di connessione.
Interpretare correttamente questi segnali è il primo passo per costruire una relazione basata sulla comprensione anziché sul giudizio.
Uno dei pregiudizi più diffusi riguarda gli interventi comportamentali, spesso erroneamente percepiti come tentativi di “normalizzare” il bambino o correggere la sua personalità.
In realtà, il lavoro dei tecnici del comportamento mira a tutt’altro: aiutare il bambino a sentirsi competente, compreso e sereno nei diversi contesti di vita.
L’obiettivo non è eliminare le caratteristiche della neurodiversità, ma fornire strumenti che permettano al bambino di comunicare i propri bisogni, gestire le emozioni, affrontare le richieste quotidiane e partecipare alle attività senza vivere costantemente un senso di inadeguatezza.
È in questa direzione che si inserisce l’impegno della Fondazione Irene, che promuove percorsi personalizzati capaci di valorizzare le potenzialità di ogni bambino, rispettandone tempi, caratteristiche e modalità di apprendimento.
All’interno di questo approccio operano professioniste come la dott.ssa Chiara Auciello, psicologa, tecnica del comportamento e tutor specializzato nei disturbi del neurosviluppo, e la dott.ssa Roberta Armandini, neuropsicologa in formazione e tutor specializzato nella didattica del neurosviluppo. Attraverso un lavoro integrato e centrato sulla persona, accompagnano bambini e famiglie nella costruzione di strategie efficaci per affrontare le sfide quotidiane, favorendo autonomia, benessere e inclusione.
Comprendere un comportamento è il primo passo, ma per aiutare davvero un bambino dobbiamo dargli le chiavi per decodificare il mondo.
Spesso, dietro quella che sembra una crisi, ci sono funzioni esecutive in difficoltà: la memoria di lavoro che si sovraccarica, l’attenzione che fatica a canalizzarsi, una rigidità cognitiva che rende i cambiamenti spaventosi. Allenare queste abilità attraverso il potenziamento cognitivo significa fornire al bambino una bussola per orientarsi nello studio, nelle relazioni e nelle proprie emozioni.
In questo viaggio, la terapia comportamentale e il gioco non sono elementi separati, ma due facce della stessa medaglia: il gioco, infatti, non è un semplice passatempo, né una distrazione. È lo strumento terapeutico più potente che abbiamo.
Mentre gioca, in un ambiente protetto e stimolante, il bambino sperimenta la frustrazione dell’attesa, impara a gestire l’errore, allena l’attenzione condivisa e scopre l’alfabeto delle relazioni sociali. Giocando, il bambino si sente al sicuro. E quando un bambino si sente al sicuro, impara, fiorisce e trova il suo equilibrio.
Ogni comportamento racconta una storia. A volte lo fa attraverso le parole, altre attraverso il silenzio, l’agitazione, il pianto o la rabbia.
La prossima volta che vedremo un bambino attraversare una crisi, proviamo a fermarci un istante prima di giudicare. Dietro ciò che chiamiamo “capriccio” potrebbe esserci una difficoltà invisibile, un’emozione troppo grande da contenere o un bisogno che non ha ancora trovato il modo di essere espresso.
Comprendere significa andare oltre la superficie. Significa scegliere di ascoltare ciò che il comportamento sta cercando di dirci, anziché fermarci a ciò che appare.
È da questa prospettiva che nascono gli interventi realmente efficaci: percorsi che non cercano di cambiare il bambino, ma di offrirgli strumenti per comprendere sé stesso, comunicare i propri bisogni e affrontare il mondo con maggiore serenità.
Perché ogni bambino ha bisogno, prima di tutto, di sentirsi visto, compreso e accolto.