Fondazione Irene Ets
Via Isonzo 149
, 04100 Latina (LT)
Tel: +39 389 446 6605
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Quando un bambino riceve una diagnosi di Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA), la sfida non riguarda soltanto la lettura, la scrittura o il calcolo. Esiste un ostacolo molto più silenzioso, ma altrettanto potente: la vergogna.
La vergogna può insinuarsi lentamente, influenzare il modo in cui il bambino percepisce sé stesso e diventare un freno al suo percorso di crescita. Per questo motivo, riconoscerla e impedirle di mettere radici è una delle responsabilità più importanti degli adulti che lo accompagnano.
I bambini, anche molto piccoli, sono straordinariamente sensibili agli atteggiamenti degli adulti. Prima ancora di comprendere il significato di parole come “dislessia” o “discalculia“, sono perfettamente in grado di cogliere i cambiamenti nel tono di voce, negli sguardi, nelle preoccupazioni e nei silenzi.
Se percepiscono che le loro difficoltà vengono vissute come qualcosa da nascondere, da minimizzare o di cui vergognarsi, tenderanno ad attribuire quel senso di disagio a sé stessi.
Il pensiero che può nascere non è: “Ho una difficoltà che posso imparare a gestire.” Piuttosto diventa: “C’è qualcosa di sbagliato in me.”
Ed è proprio questa convinzione a essere più pericolosa della difficoltà stessa.
Ricevere una diagnosi può essere emotivamente complesso anche per i genitori.
È normale attraversare sentimenti di paura, disorientamento o persino senso di colpa. Alcuni si chiedono se avrebbero potuto accorgersene prima, altri temono il giudizio della scuola o dei familiari.
Queste emozioni sono comprensibili. Ciò che conta, però, è evitare che vengano trasmesse al bambino.
Quando si evita di parlare della diagnosi, si minimizzano continuamente le difficoltà, si rifiuta il supporto specialistico o si rimanda la valutazione perché “prima o poi passerà”, il messaggio implicito che il bambino può ricevere è che quella difficoltà sia qualcosa di cui vergognarsi.
Ma il rischio non si limita a questo.
Per un bambino può essere ancora più disorientante percepire che la propria difficoltà venga negata proprio dalle persone di cui si fida di più. Quando un genitore, pur con le migliori intenzioni, minimizza il problema o insiste che “non c’è niente”, il bambino vive un’esperienza profondamente confusa. Da una parte sperimenta ogni giorno la fatica di leggere, scrivere o svolgere alcuni compiti; dall’altra, l’adulto gli comunica che quella difficoltà non esiste o non è importante.
Si crea così una frattura tra ciò che il bambino prova e ciò che gli viene restituito.
I bambini hanno bisogno di dare un significato alle proprie esperienze. Se nessuno li aiuta a comprendere che il loro disagio nasce da una difficoltà specifica dell’apprendimento, finiranno inevitabilmente per cercare una spiegazione altrove.
In assenza di un nesso chiaro tra causa ed effetto, il problema smette di essere percepito come esterno – il testo da leggere, il compito da svolgere, il calcolo che richiede uno sforzo maggiore – e diventa qualcosa di interno. Il bambino non pensa più: “Questo esercizio è difficile per me.” Inizia invece a convincersi: “Sono io a essere sbagliato.”
È un passaggio psicologico fondamentale. Quando non riesce a dare un nome alle proprie difficoltà, il bambino finisce per attribuire a sé stesso la responsabilità della fatica, della frustrazione e del senso di inadeguatezza che prova. Quelle emozioni non vengono più collegate a una condizione che può essere compresa e affrontata, ma diventano parte dell’immagine che costruisce di sé.
Anche la validazione emotiva è essenziale. Se un bambino dice: “Non ce la faccio”, “È troppo difficile”, “Mi sento diverso”, e riceve costantemente risposte come “Non è vero”, “Stai esagerando”, “Basta impegnarti di più”, imparerà gradualmente che le sue emozioni non trovano spazio nell’ascolto dell’adulto.
Questo non significa che smetterà di provarle.
Significa, piuttosto, che smetterà di raccontarle.
Il disagio continuerà a esistere, ma verrà vissuto in solitudine. Il bambino imparerà a interiorizzare la sofferenza invece di comprenderla e affrontarla insieme a un adulto. Con il tempo potrebbe convincersi che chiedere aiuto non serva o, peggio ancora, che non lo meriti.
Riconoscere una difficoltà non significa etichettare un bambino. Significa offrirgli una spiegazione che dia senso a ciò che vive e fargli capire che non è solo. Sentirsi compreso è il primo passo perché la fatica non si trasformi in vergogna e la vergogna non diventi parte della sua identità.
Molti genitori esitano ad avviare un percorso diagnostico.
La speranza è che il bambino maturi, recuperi spontaneamente o trovi da solo il proprio equilibrio.
Ma mentre gli adulti aspettano, il bambino continua ogni giorno a sperimentare frustrazione.
Si impegna quanto gli altri, ma ottiene risultati inferiori. Vede i compagni leggere più velocemente, scrivere con maggiore facilità o imparare le tabelline senza lo stesso sforzo.
Quando nessuno gli spiega il motivo di questa differenza, spesso conclude che il problema sia lui.
Una diagnosi precoce non etichetta un bambino: gli offre finalmente una spiegazione, permette alla scuola di adottare strategie efficaci e riduce il rischio che le difficoltà scolastiche si trasformino in problemi di autostima, ansia o rifiuto della scuola.
La scuola rappresenta uno dei principali contesti di confronto.
Anche in ambienti accoglienti, il bambino con DSA può sentirsi diverso. Può leggere più lentamente davanti alla classe, impiegare più tempo durante una verifica o avere bisogno di strumenti compensativi.
Non tutti i compagni comprendono il motivo di queste differenze. Qualche presa in giro, un commento poco gentile o l’esclusione da alcune attività possono alimentare un forte senso di vergogna. In questi casi è fondamentale che il bambino trovi negli adulti un luogo sicuro. La famiglia e la scuola dovrebbero aiutarlo a comprendere che avere strumenti diversi non significa avere privilegi, ma semplicemente ricevere ciò di cui ha bisogno per esprimere le proprie capacità.
Spiegare ai compagni di classe cosa sia realmente un DSA, senza tecnicismi ma con parole semplici e concrete, è estremamente importante e permette di trasformare la differenza in qualcosa di comprensibile invece che sospetto. Quando i bambini e i ragazzi capiscono che avere più tempo per una verifica, usare la calcolatrice o ascoltare un audiolibro non sono favori immeritati ma strumenti compensativi e dispensativi pensati per garantire pari opportunità, smettono di percepirli come ingiustizie o privilegi. Questa consapevolezza condivisa cambia il clima della classe: il compagno con DSA non è più “quello che ha delle facilitazioni”, ma un bambino che, come tutti gli altri, ha bisogno di strumenti adeguati per esprimere le proprie capacità. È così che nasce un ambiente di rispetto reciproco, in cui la richiesta di aiuto non genera imbarazzo ma viene accolta con naturalezza.
Non sempre la diagnosi viene accolta nello stesso modo da tutti i membri della famiglia.
È frequente osservare reazioni differenti, spesso legate alla storia personale e alla cultura della generazione di appartenenza.
I nonni, ad esempio, possono ricordare un’epoca in cui i DSA erano poco conosciuti. Alcuni potrebbero interpretare le difficoltà come mancanza di impegno o sostenere frasi come: “Anche tuo padre era così e poi è passato”, “Basta studiare di più” oppure “Ai miei tempi queste cose non esistevano.”
Altri familiari potrebbero invece temere che il bambino venga “etichettato” o trattato diversamente.
Queste reazioni, nella maggior parte dei casi, non nascono da cattive intenzioni, ma dalla mancanza di informazioni.
Per questo è utile condividere con tutta la famiglia cosa significhi realmente avere un DSA e quali siano le strategie più efficaci per sostenere il bambino.
Le parole degli adulti hanno un peso enorme.
Frasi come “Se ti impegnassi di più”, “Tuo fratello ci riesce”, “Sei pigro” o “Non distrarti” possono rafforzare l’idea che il bambino sia responsabile delle proprie difficoltà.
Molto più utile è valorizzare l’impegno, riconoscere i piccoli progressi e ricordargli che ciascuno apprende con tempi e modalità differenti.
Sentirsi compreso aumenta la motivazione.
Sentirsi giudicato, invece, porta spesso il bambino a evitare le situazioni in cui teme di fallire.
Il miglior antidoto alla vergogna è l’accettazione.
Quando il bambino percepisce che la sua famiglia lo guarda con fiducia, che la scuola collabora e che le difficoltà possono essere affrontate senza paura del giudizio, sviluppa una maggiore sicurezza nelle proprie capacità.
L’obiettivo non è eliminare ogni ostacolo, ma permettergli di affrontarlo senza sentirsi meno degli altri.
Ogni bambino con DSA ha diritto a crescere sapendo che il suo valore non dipende dalla velocità con cui legge, dalla calligrafia o dal voto di un compito.
Le difficoltà possono essere affrontate, compensate e superate con gli strumenti adeguati.
La vergogna, invece, rischia di diventare il vero ostacolo all’apprendimento.
Il regalo più importante che un adulto possa fare a un bambino con DSA è uno sguardo che gli comunichi ogni giorno: “Tu non sei la tua difficoltà. Hai una difficoltà che possiamo comprendere e affrontare insieme.”